Che cos’è lo stile Virtus?

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Premetto: non voglio criticare le dirigenze post Cazzola e neppure fare la morale, ma tutti avrete sentito parlare, almeno una volta nella vostra vita del famigerato “stile Virtus”. 

Non voglio parlare qui delle famose 4 F alla base della SEF Virtus nata nel 1871 (ovvero fermo franco forte fiero), ma di quelle caratteristiche che, secondo noi di Vnera e anche secondo Ezio Liporesi di Virtuspedia, sono la base dell’identità della V: organizzazione, silenzio, sacrificio, pazienza, rispetto. Tutti sostantivi espressione di un comportamento che ha creato un modello vincente come quello della V; ma dove affondano queste radici?

LA FAMIGLIA PORELLI: LA BASE DELLO STILE VIRTUS

Ogni Virtussino che si rispetti deve sapere che se la Vnera è diventata famosa, gran parte del merito si deve all’idea della polisportiva di affidare la sezione pallacanestro, dopo i 6 scudetti vinti tra il 1945 e 1955 al vice presidente Gianluigi Porelli che già stava seguendo la sezione tennis.

La famiglia Porelli (sì, anche la moglie Paola fu fondamentale) dopo un anno di apprendistato, nonostante i risultati altalenanti, trasformerà una semplice squadra bolognese dal passato glorioso in una società professionistica invidiata in tutta Italia e in Europa.

Una prima definizione dello stile Virtus si può cercare proprio in questo senso: la famiglia Porelli aveva dato organizzazione e rigore ad una società cestistica, cosa quasi introvabile all’epoca. Fu l’Avvocato, aiutato appunto dalla moglie Paola ed in primis nei confronti dei più giovani, ad introdurre un modello di comportamento esemplare da tenere in ogni circostanza come monito per ricordare sempre e comunque di far parte di una Squadra diversa dalle altre. Fondamentale per determinare questo comportamento fu anche il silenzio come risposta ad ogni tipo di polemica (soprattutto nei confronti delle decisioni arbitrali) e, non di meno, la grande abilità oratoria delll’Avvocato davanti ai microfoni.

Per iniziare ad ottenere i fantastici risultati per cui è ricordato ed iniziare a vincere, la Vnera di Porelli ha dovuto però aspettare otto lunghi anni. Anni caratterizzati da una programmazione fatta di tanta pazienza nel dichiarare il vero alla stampa e ai tifosi e nell’aspettare i giocatori curando i rapporti con essi in ogni modo; da un palazzo sempre pieno facendo felici i tifosi ad una stampa mai troppo critica verso i metodi dell’avvocato e, non da ultimo, dall’attesa nei confronti dei giocatori fuori condizione, il che gli ha fatto crescere la giusta fiducia che ha portato ai risultati.

Altro aspetto non trascurabile dello stile Virtus è l’attenzione sempre mostrata nei confronti dei grandi giocatori: la Vnera divenne precursore a fine degli anni ’70 dell’acquisto di grandi talenti italiani non avvezzi a risparmiarsi in campo. Giocatori che attraverso il sacrificio ottenevano grandi risultati in campo: Villalta, Brunamonti. Fu in quegli anni che iniziò a diffondersi anche il concetto di cestista da Virtus, ossia polivalente sul piano tattico e disciplinato nell’eseguire qualsiasi ordine dettato dal mister. Un’ottima sintesi del prototipo di uomo, prima ancora che di giocatore che si formava pian piano con la Virtus. 

Capite quindi perché un Ndoja ha fatto breccia nel cuore più di un qualsiasi americano? Perché questi giocatori sputavano sangue in campo e non risparmiavano colpi pur di ottenere la vittoria in futuro, come ricordiamo sicuramente di Sasha Danilovic o Manu Ginobili. Questo è il motivo per cui le cosiddette “teste calde” , quando indossavano la maglia Virtus, hanno sempre dovuto affrontare un dilemma: sacrificarsi per il bene comune oppure pregiudicare il proprio percorso nella squadra bolognese.

DI PROPRIETA’ IN PROPRIETA’

La metodologia di lavoro di Porelli non è andata persa anche quando nel 1991 è arrivato Alfredo Cazzola: sotto la guida del nuovo presidente,  la Vnera ha arricchito il suo palmares con 5 scudetti, 3 coppe Italia e, soprattutto, 1 Eurolega. Con la conquista del grande slam nel 2001 ha ottenuto le attenzioni di tutto il mondo, non solo dell’Europa, sempre però non cambiando gli ideali di Porelli: rispettando l’avversario. Gli applausi al rivale di sempre Carlton Myers il 19 giugno 2001 in finale scudetto in casa sono l’emblema dello stile Virtus. Rispetto e ironia che erano il comportamento da utilizzare, dopo le partite perse o le cocenti sconfitte durante le pochissime finali perse: una specie di temperamento preventivo che era diventato un atteggiamento da utilizzare quando le cose non andavano bene.

Può bastare a spiegare che cos’è lo stile Virtus?

Davide Trebbi

Più appassionato che blogger sulla palla spicchi. Bologna è dove sono nato a fine anni Ottanta. Virtussino fin dalla nascita.

One Comment

  1. Complimenti, ottima sintesi e piacevole conferma di quanto anima i virtussini (almeno una parte)

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