Il divorzio da Marco Martelli, un nostro personale rammarico

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Con un comunicato molto scarno la Virtus ha comunicato la fine del rapporto con il Direttore Sportivo scelto in estate. Marco Martelli, bolognese, ex giornalista di Repubblica, dopo una esperienza di alcuni anni a Casale Monferrato era approdato alla V nera durante la scorsa estate. Scelto già durante i playoff di A2 persi in finale contro Trieste, era arrivato a fine giugno ed aveva costruito a suo modo la squadra che ora vediamo in campo. Il suo allontanamento è stato motivato dall’AD Dalla Salda con il “venire meno del rapporto di fiducia”. Formula generica che in sé giustifica l’interruzione del rapporto (è impossibile lavorare insieme se non c’è fiducia, naturalmente) ma che non spiega i motivi dell’incrinatura del rapporto. In questo articolo non vogliamo analizzare le ragioni della Virtus o di Marco Martelli, siamo certi di non conoscere troppe cose per poterlo fare con esattezza e senza doverci addentrare in gossip e supposizioni che poco ci interessano. Vogliamo invece capire che idea di squadra e di società presupponeva l’arrivo di Martelli e come cambia questa idea con il suo allontanamento.

Perché era arrivato Marco Martelli

La Virtus della scorsa estate è all’inizio di un nuovo ciclo. Cambiano tutti i dirigenti in società ed il nuovo management è finalmente espressione della nuova proprietà, in cui Segafedo ha il ruolo prevalente che sappiamo.

L’Amministratore Delegato è Alessandro Dalla Salda, reduce da un’esperienza lunga e di successo a Reggio Emilia. Il primo collaboratore che sceglie e porta in Virtus è Marco Martelli. Questa scelta ci sembra subito significativa di un’idea di società e di modo di fare pallacanestro che a noi di Vnera piace moltissimo. Dalla considerazione che per competere in Italia ed in Europa con un budget inferiore a quello delle contenders più ricche è necessario da un lato spendere meglio di loro, ovvero trovare valore aggiunto nella capacità di scegliere i giocatori e metterli insieme. Dall’altro, avere la pazienza di trovare nel lavoro di più stagioni, con un’abitudine ad una identià di gioco, un sistema che faccia esprimere al massimo ed oltre le potenzialità i giocatori, tenendo più a lungo possibile quelli che si dimostrano adatti al progetto e correggendo man mano le debolezze. In due parole: scouting e continuità.

Marco Martelli ci è sembrato fin dal primo momento scelto proprio per le sue evidenti competenze nello scouting ed abbiamo creduto, dalle scelte fatte e dalle parole della società, che la continuità e la pazienza nel lavoro sarebbero state le fondamenta del nuovo ciclo Virtus. In questo senso, la scelta di un DS giovane e con esperienza alle spalle, seppure a minor livello, avrebbe dato anche a lui la possibilità di crescere, anche sbagliando, perché no, ma diventando un fulcro di una società in cui la dirigenza è diventata tanto più importante quanto più la rotazione dei giocatori è ormai ininterrotta di anno in anno.

Il lavoro di Martelli alla Virtus

Siamo convinti che il lavoro dei dirigenti di una società si giudichi negli anni, non certamente da due terzi di stagione. Nella costruzione della squadra Martelli si è trovato due spot di italiani “pesanti”, sia come ruolo che come contratto, già occupati da giocatori con caratteristiche molto definite e molto condizionanti per la squadra. Anche scommettere su Pajola come cambio del play è stata una scelta societaria – anche questa con obbiettivi di medio termine – coraggiosa ma azzardata, che come abbiamo visto ha pagato in parte ed ha in parte lasciato prevedibili difficoltà. Martelli è quindi partito a costruire una squadra dovendo scegliere sei americani e due italiani. Si poteva fare meglio? Si può sempre fare meglio, ma possiamo anche dire che non ne ha preso nessuno veramente sbagliato, tanto è vero che nessuno straniero è stato tagliato per rendimento inferiore alle attese e l’unico intervento necessario sul mercato è stato per tamponare i noti problemi fisici di Brian Qvale. A questo riguardo, anche la presa di Moreira si rivela buona. Insomma, un DS arriva in una squadra con la pressione della Virtus, alla sua prima esperienza in serie A e prende – di concerto con un allenatore che non aveva scelto lui – nove giocatori, nessuno dei quali si rivela un flop. Oggettivamente, un ottimo lavoro, o no?

Cosa è successo dopo

La verità è che non lo sappiamo. L’unica cosa evidente è che dal diktat di Baraldi in poi gli obbiettivi fissati all’inizio sono oggettivamente cambiati; la squadra, però, era costruita per quegli obbiettivi, e se compri un’auto per fare un rally e ti portano alla 24 ore di Le Mans e hai problemi di tenuta o di durata non puoi prendertela col meccanico che ha scelto le sospensioni o assemblato il motore. Probabilmente si sono innescate tensioni, a livello personale o professionale, non possiamo saperlo, che hanno portato ad un epilogo che è però segno di un cambio di atteggiamento generale.

La Virtus di Segafredo non vuole costruire per vincere, come stanno facendo in Italia tutte le società che non sono Milano e che stanno avendo successo negli ultimi anni, Venezia e Trento su tutte. La Virtus di Segafredo vuole vincere subito, un po’ come ha provato a fare Milano per anni. Per farlo, non ti puoi permettere scommesse ed errori. Devi prendere giocatori già pronti, dirigenti già esperti, allenatori di alto livello ed in grado di gestire pressioni molto elevate.

A noi di Vnera dispiace che sia finita così, perché siamo affezionati all’idea che le squadre si costruiscano col tempo, col lavoro, con il fiuto nello scouting, con la valorizzazione di giocatori sconosciuti, con la costruzione di una identità di gioco che ti fa dire, anno dopo anno, “questa è la Virtus”. Per questo l’idea di far crescere un professionista serio, bolognese – che non guasta – con capacità e competenza, l’idea insomma di allevarci in casa un nuovo Arrigoni – absit iniuria verbis – ci sorrideva.

In bocca al lupo a Marco Martelli. Peccato che sia andata così. Speriamo di vederlo da avversario, di fianco alla panchina proprio dove è stato Arrigoni per tutta la sua carriera. Crediamo sinceramente che anche la sua sarà importante, e speriamo davvero di non doverlo rimpiangere. Il suo atteggiamento di questi giorni, silenzio, nessuna polemica, nessuno sfogo, a noi sembra incarnare lo “stile Virtus” più, forse, di altri accadimenti a cui stiamo assistendo nelle ultime settimane.

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Nicola Bonazzi

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