Che basket fa giocare alle sue squadre Stefano Sacripanti?

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Stefano Sacripanti è il nuovo allenatore della Virtus, dunque. Sarà lui a guidare i bianconeri nella prossima stagione, almeno, provando a scalare un ulteriore gradino nella scala di crescita che la società si è imposta. Una stagione che dovrà essere di riscatto, dopo il mancato accesso ai playoff di questo campionato e con anche la partecipazione a una Coppa Europea a rendere ancora più stimolante l’avventura. Andiamo, allora, a conoscere meglio il nuovo coach delle V Nere, cercando di vedere un po’ la sua storia cestistica e quella che è la pallacanestro che propone.

Ormai arcinota la sua storia (se volete qui trovate la prima puntata del nostro podcast dove ne parliamo diffusamente), che parte da Cantù, dove nella stagione 2000-2001, a soli 30 anni, raccoglie il testimone da Franco Ciani, conducendo a una salvezza insperata la squadra e dando il via a un ciclo fantastico: quasi il 70% di vittorie nei successivi quattro anni, con una finale scudetto sfiorata e il titolo di allenatore dell’anno nel 2001-2002 e la vittoria di una Supercoppa nel 2003. Poi Pesaro (stagioni 2007/08 e 2008/09) e Caserta (quattro anni tra il 2009 e il 2013), il ritorno per un biennio a Cantù, dove allenerà Pietro Aradori, e gli ultimi tre campionati a Avellino, con 59 vittorie su 90 partite di regular season, tre partecipazioni ai playoff, ai quali accede ininterrottamente da cinque anni, e una bruciante eliminazione in gara sette di semifinale per mano di Reggio Emilia nel 2015/2016, al termine di una serie che fece molto parlare di sé per quanto accadde fuori dal campo.

Nel mezzo undici onorati anni da capo allenatore della Nazionale Under 20, con un oro, un argento e un bronzo europeo conquistati. In sostanza, una grande percentuale di giocatori che gravitano tra A e A2 sono stati allenati da lui nelle estati azzurre. Qualche nome? Aradori, Datome, Hackett, Luca e Michele Vitali, Pascolo, Baldi Rossi, Biligha, Alessandro Gentile, Melli, Fontecchio, Polonara, Cervi, Tonut, Della Valle, Flaccadori, Moretti, Mussini.

Ma in campo come giocano le squadre di Pino Sacripanti? Ci siamo rifatti ai roster delle sue squadre nei suoi diciassette anni di carriera e messo la lente d’ingrandimento sull’ultima stagione avellinese per provare a dare una risposta al quesito.

Intanto salta subito all’occhio quella che è un po’ la coperta di linus dell’allenatore brianzolo, ossia il “4” dotato di buone mani e intelligenza cestistica sopra media. Un tipo di giocatore che è la grande costante dei roster gestiti negli anni da Sacripanti. Se a Cantù ha scoperto prima Shaun Stonerook e poi Marti Leunen, che lo ha seguito in Irpinia, nelle esperienze pesaresi e casertane nello spot di ala grande ha avuto Ron Slay e Jumaine Jones. Due giocatori maggiormente dotati in termini di esuberanza e capacità realizzative rispetto a Stonerook e Leunen, più cerebrali, ma tutti accomunati dalla capacità di trattare la palla, disponendo di buone mani non solo per il tiro, ma anche per il passaggio e con letture di gioco che, in campo, li rendevano, di fatto, secondi playmaker a disposizione del proprio allenatore.

Un tipo di giocatore che permette a Sacripanti di sviluppare un basket molto arioso, per la maggior parte del tempo con quattro giocatori fuori dai tre punti al fine di creare vantaggi che possano, alternativamente, andare a favore del lungo di turno o di un tiratore sul perimetro.

Nel video, ottenuto il cambio, Leunen può spaziare il campo essendo comunque una minaccia dietro l’arco. Filloy ha la libertà di attaccare il cambio difensivo e, battuto il suo uomo, nel momento in cui la difesa si muove ha uno scarico comodo per Fesenko.

Nella stagione appena conclusa ha avuto un roster in parte atipico per le sue abitudini. Senza playmaker di scuola USA, ma con un trio, Filloy-Fitipaldo-D’Ercole, intercambiabile e che ha portato in campo capacità complementari, pur pagando l’annata negativa di Fitipaldo. In mezzo, invece, la scelta di giocatori di grande stazza e atletismo come Fesenko, Ndiaye e Lawal. Una scelta che, quando gli è stato possibile, ha cercato spesso di proporre nei suoi roster: vedi Pervis Pasco e Jeleel Akindele negli anni di Pesaro, o lo stesso Cervi che fu il predecessore di Fesenko alla Scandone. Il tutto contornato da eccellenti tiratori sul perimetro (in sette oltre il 37% di realizzazione da tre punti), capeggiati dal talento cristallino di Jason Rich, con un disegno tattico abbastanza chiaro: punire ogni sforzo extra delle difese avversarie per contenere lo strapotere di Fesenko.

In campo il gioco è stato spesso fluido, terzo migliore attacco del campionato con un rating offensivo di 114, che per lunghi tratti di campionato è stato ben superiore. Il gioco impostato da Sacripanti a volte ci ha messo un po’ a svilupparsi, ma poi lo ha sempre fatto cercando obiettivi precisi. Ad esempio sfruttando la versatilità di Leunen vista prima per creare vantaggi in varie zone del campo.

In tre azioni Leunen genera sette punti per la Sidigas. Aprendosi e leggendo il passaggio per Filloy; con una penetrazione che, di fatto regala due punti a Fesenko; segnando da tre.

In questo senso sarà interessante vedere come Sacripanti lavorerà con Filippo Baldi Rossi, giocatore che può avere caratteristiche simili a quelle ricercate dal neo allenatore bianconero. Deve crescere nelle letture, non ha magari l’esplosività di uno Stonerook o di un Leunen, ma certamente può dare qualcosa da questo punto di vista.

Sugli esterni, invece, la Sidigas lavorava molto per mettere i propri esterni nelle proprie zone di comfort, usando molti blocchi dei propri lunghi, sfruttando la stazza dei vari Fesenko, Lawal e Ndiaye e la sapienza di Leunen, spesso mandati a bloccare in tandem.

Rich (ottimo in isolamento), Wells (bravo a costruirsi tiri dalla corta distanza) e Scrubbs (sontuoso tiratore da tre punti): tutti messi nelle condizioni migliori sfruttando serie di blocchi.

E qui, ovviamente, potrà giovare molto della situazione Pietro Aradori, che già in questa stagione ha fatto vedere come possa muoversi bene sui blocchi dei compagni, a maggior ragione se dal mercato arriveranno lunghi di stazza in grado di piantarne di ben fatti.

Ovviamente, come ben sappiamo purtroppo, i lunghi non si limitavano a bloccare, ma facevano tante altre cose. Tra queste, fondamentale per rendere il gioco offensivo di Sacripanti letale, c’era la lettura degli adeguamenti difensivi, che ha permesso spesso di creare ulteriori linee di passaggio e buone occasioni per segnare.

Non bastano stazza e atletismo (che certo non gustano), serviranno giocatori anche in grado di saper leggere il gioco.

Non è mancato poi, chiaramente, il ricorso, anche massiccio al pick & roll, però quasi sempre all’interno di un movimento di palla e uomini (al netto di normali e fisiologiche situazioni di gioco rotto), fine ultimo di giochi ideati per muovere la difesa e creare situazioni di potenziale vantaggio.

Vediamo due canestri da tre punti che però sono il risultato di un lavoro più ampio dove la palla si muove e tutti e cinque i giocatori non sono quasi mai fermi. In particolare nel secondo caso Rich prende il tiro, ma avrebbe altre due comode opzioni di passaggio, sul taglio di Lawal o scaricando a Leunen a fianco a lui.

Insomma, un attacco con parecchio movimento, quasi mai fine a sé stesso ma sviluppato con l’idea di raggiungere obiettivi specifici. Poi certo, la differenza la faranno gli interpreti che verranno scelti per eseguire questi giochi e non bisogna nemmeno aspettarsi di vedere replicato tutto questo per filo e per segno. Ma di base c’è un allenatore che ha idee chiare e ben consolidate.

Non è stato tutto rose e fiori, va detto. La Sidigas, che nel girone d’andata era stata a tratti inarrestabile, ha avuto un crollo verticale nell’ultimo mese di campionato, culminato con l’eliminazione per mano di Trento ai quarti di finale playoff. Dunque è giusto non attendersi la perfezione.

Ma sicuramente si può dire che la Virtus quest’anno sarà in mano a un coach che potrà far vedere del basket divertente.

Nickfiumi

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