Film Room: quali insegnamenti prendere dalla partita di Brescia

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Sconfitta dolorosissima per la Virtus quella di mercoledì. Per il modo in cui è maturata e per le implicazione che ha avuto.

Di fatto, il campionato dei bianconeri è terminato con due giornate d’anticipo e gli ultimi turni casalinghi con Trento e Varese saranno partite con un valore prossimo allo zero per la Segafredo.

Per questo motivo niente pre e post partita. Ma riavvolgiamo il nastro della gara contro la Leonessa per vedere qualche situazione da cui la Virtus dovrà trarre preziosi insegnamenti in vista dell’impegno che può salvare una stagione: la Final Four di Champions League.

Taylor passivo è un lusso che non ci si può concedere

Tony Taylor resta il giocatore a cui le prestazioni della Virtus sono maggiormente legate a doppio filo: +9,6 punti per cento possessi il suo differenziale tra i momenti in cui è in campo e quelli in cui non gioca.

Va da sè che la squadra non possa reggere che il suo playmaker sia passivo, latente alla partita, quasi a fare da sponda per i compagni. In sostanza il Taylor che si è visto nel 16-0 con cui Brescia ha inaugurato il match.

Nessuna accelerazione. Nessun tentativo di incidere sulla partita. Solo ordinaria amministrazione cercando di sporcare il foglio il meno possibile.

Ma il Taylor valore aggiunto è quello che spinge il pedale del gas a fondo, anche perché, tra i vari esterni bianconeri, è forse l’unico in grado di battere sistematicamente il proprio uomo dal palleggio. Dotato di buon arresto e tiro. Discreto da tre. E fisico per reggere i contatti al ferro.

Non un caso che la Virtus abbia iniziato a ingranare quando lui ha alzato, seppur di poco, le marce.

Creato un vantaggio serve maggior capacità di riconoscerlo e sfruttarlo

La gara con Brescia è stata, da un certo punto di vista, una partita a scacchi. Da una parte la Virtus ha provato per 40′ a sfruttare i propri maggiori centimetri, dall’altra Brescia ha cambiato in maniera sistematica su quasi tutti i blocchi, avendo giocatori adatti a farlo.

Questo, però, ha creato lungo tutto l’arco della partita accoppiamenti difensivi particolari, cosa voluta da Djordjevic, desideroso di cavalcare quanto più possibile i suoi lunghi portandoli su accoppiamenti favorevoli.

Con una puntualizzazione fondamentale: sia Kravic che Moreira non sono giocatori da post basso. Basta un difensore un minimo competente e il contributo che i due possono dare se utilizzati spalle a canestro diventa minimo se non nullo.

Serviva, perciò, mandarli sulle tacche contro i peggiori difensori avversari, sfruttando a proprio vantaggio la strategia difensiva bresciana.

Sui pick & roll centrali 1-5, infatti, la Germani cambiava sistematicamente, utilizzando un terzo uomo dal lato debole per cambiare immediatamente l’accoppiamento col playmaker, impedendogli di rimanere contro un centro.

La Virtus ha tratto vantaggio da questo, tenendo sul lato debole, in maniera sistematica, l’uomo marcato da Hamilton o Sacchetti, i due difensori più carenti di Diana. Potendo così sfruttare al meglio i centimetri, a turno, di Kravic e Moreira, che hanno banchettato nonostante le loro scarse attitudini in post.

Dove la Virtus ha sbagliato, talvolta, è stato nel cercare con troppa insistenza il post basso, non riconoscendo dove realmente fosse il vantaggio. Come detto, Moreira e Kravic non sono esattamente la reincarnazione di Rashard Griffith in post basso e già Moss o Abass, due ottimi difensori dotati di fisico, erano più che sufficienti per neutralizzarli in situazioni statiche.

Lì la Virtus spesso ha fallito nel riconoscere che i vantaggi, a quel punto, erano sul perimetro per i propri esterni, continuando a picchiare infruttuosamente la palla dentro.

La capacità di costruire e sfruttare vantaggi sugli accoppiamenti difensivi è sempre più centrale nel basket moderno e la percentuali di vittoria crescono quanto maggiore è la capacità di riuscire in questo compito.

Lo si è visto anche nel finale di partita.

Su un attacco cruciale a 1’35” dalla fine, la Virtus, avanti 71-70, e in debito di ossigeno, ha fallito nel riconoscere dove fosse il vantaggio per lei in quel momento. Con Aradori accoppiato con Abass, Punter con Moss e Kravic con Beverley, la soluzione più logica sarebbe stata un pick & roll tra gli altri due giocatori: Baldi Rossi, marcato proprio da Hamilton, e Taylor, guardato a vista da Laquintana.

Un gioco a due avrebbe potuto forzare l’ennesimo cambio, portando in dote a Taylor un uno contro uno potenzialmente facile con un pessimo difensore come Hamilton. O, al peggio, garantirgli un vantaggio contro Laquintana, su cui già di suo aveva vantaggi in termini fisici, per andare a tirare in area.

E’ finita, invece, con un pick & roll Aradori-Kravic, che ha portato un cambio virtualmente inattaccabile seppur buono sulla carta (Beverly finito su Aradori, che però non ha le gambe per prendere un tiro veramente buono in quella situazione, oltre ad arrivare da uno 0/6 dal campo) e Kravic in post marcato da Abass, come detto in precedenza sufficientemente buono in difesa da annullare il serbo. A cui, infatti, ha impedito la ricezione.

La soluzione è stata una forzatura di Punter da tre con la mano di Moss in faccia.

Dall’altra parte, invece, Brescia, su un possesso ancora più importante, è andata a crearsi e a sfruttare il vantaggio per segnare facilmente due punti cruciali.

Una finta di blocco pensata appositamente per sfruttare il miglior vantaggio in campo: un potenziale uno contro del proprio miglior attaccante, Abass, contro il peggior difensore virtussino, M’Baye.

Pazienza e nervi saldi

Per tutta la stagione la Virtus è stata una squadra abbastanza emozionale, che è andata e venuta coi momenti delle varie partite. E Brescia, forse come mai in precedenza, non ha fatto eccezione.

C’è stata una singola situazione che ha mostrato come la Virtus possa essere un’eccellente squadra quando esegue concentrata e con la testa, leggendo quello che la difesa concede, ma anche un vero disastro quando si fa prendere da eroismi vari.

Nel corso del primo tempo Djordjevic ha trovato una brillante contromossa alla difesa arroccata di Brescia per liberare al tiro il Punter spuntato.

Soluzione che, di primo acchito, ha colto Brescia di sorpresa, con Punter libero di tirare e segnare.

Non così, però, nella seconda situazione, in cui il numero zero virtussino, gasato dal precedente canestro, è ricaduto in uno dei suoi vizi capitali, cercando il tiro difficile per continuare la striscia personale piuttosto che la giocata più facile.

Tiro forzato contro l’uscita di un centro e quasi 10″ sul cronometro dei 24. Quasi mai una buona idea.

A maggior ragione vedendo come la situazione sia stata gestita, nel secondo tempo, da altri due interpreti.

Un’esecuzione quasi perfetta. Cercando di creare un vantaggio e, una volta non materializzatosi, tornando sui propri passi per crearne uno nuovo e migliore, raccattando due punti comodi.

La chiave di tutto per questa squadra.

Avere la lucidità nel gioco per quanto più tempo possibile. Non disdegnando, certo, botte di adrenalina che i propri atleti possono garantirle, ma non a discapito di una condotta di partita intelligente.

La sfida di venerdì prossimo contro il Bamberg porrà problemi specifici diversi in campo. Ma il concetto di base rimane lo stesso: senza la capacità di riconoscere la giocata giusta almeno nella maggioranza delle situazioni, di strada se ne farà poca.

Dopo cinquanta partite, la speranza, è di vedere finalmente questa dote.

Nickfiumi

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