Film Room: quali insegnamenti prendere dalla partita di Brescia

Virtus Bologna
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Sconfitta dolorosissima per la Virtus quella di mercoledì. Per il modo in cui è maturata e per le implicazione che ha avuto.

Di fatto, il campionato dei bianconeri è terminato con due giornate d’anticipo e gli ultimi turni casalinghi con Trento e Varese saranno partite con un valore prossimo allo zero per la Segafredo.

Per questo motivo niente pre e post partita. Ma riavvolgiamo il nastro della gara contro la Leonessa per vedere qualche situazione da cui la Virtus dovrà trarre preziosi insegnamenti in vista dell’impegno che può salvare una stagione: la Final Four di Champions League.

Taylor passivo è un lusso che non ci si può concedere

Tony Taylor resta il giocatore a cui le prestazioni della Virtus sono maggiormente legate a doppio filo: +9,6 punti per cento possessi il suo differenziale tra i momenti in cui è in campo e quelli in cui non gioca.

Va da sè che la squadra non possa reggere che il suo playmaker sia passivo, latente alla partita, quasi a fare da sponda per i compagni. In sostanza il Taylor che si è visto nel 16-0 con cui Brescia ha inaugurato il match.

Nessuna accelerazione. Nessun tentativo di incidere sulla partita. Solo ordinaria amministrazione cercando di sporcare il foglio il meno possibile.

Ma il Taylor valore aggiunto è quello che spinge il pedale del gas a fondo, anche perché, tra i vari esterni bianconeri, è forse l’unico in grado di battere sistematicamente il proprio uomo dal palleggio. Dotato di buon arresto e tiro. Discreto da tre. E fisico per reggere i contatti al ferro.

Non un caso che la Virtus abbia iniziato a ingranare quando lui ha alzato, seppur di poco, le marce.

Creato un vantaggio serve maggior capacità di riconoscerlo e sfruttarlo

La gara con Brescia è stata, da un certo punto di vista, una partita a scacchi. Da una parte la Virtus ha provato per 40′ a sfruttare i propri maggiori centimetri, dall’altra Brescia ha cambiato in maniera sistematica su quasi tutti i blocchi, avendo giocatori adatti a farlo.

Questo, però, ha creato lungo tutto l’arco della partita accoppiamenti difensivi particolari, cosa voluta da Djordjevic, desideroso di cavalcare quanto più possibile i suoi lunghi portandoli su accoppiamenti favorevoli.

Con una puntualizzazione fondamentale: sia Kravic che Moreira non sono giocatori da post basso. Basta un difensore un minimo competente e il contributo che i due possono dare se utilizzati spalle a canestro diventa minimo se non nullo.

Serviva, perciò, mandarli sulle tacche contro i peggiori difensori avversari, sfruttando a proprio vantaggio la strategia difensiva bresciana.

Sui pick & roll centrali 1-5, infatti, la Germani cambiava sistematicamente, utilizzando un terzo uomo dal lato debole per cambiare immediatamente l’accoppiamento col playmaker, impedendogli di rimanere contro un centro.

La Virtus ha tratto vantaggio da questo, tenendo sul lato debole, in maniera sistematica, l’uomo marcato da Hamilton o Sacchetti, i due difensori più carenti di Diana. Potendo così sfruttare al meglio i centimetri, a turno, di Kravic e Moreira, che hanno banchettato nonostante le loro scarse attitudini in post.

Dove la Virtus ha sbagliato, talvolta, è stato nel cercare con troppa insistenza il post basso, non riconoscendo dove realmente fosse il vantaggio. Come detto, Moreira e Kravic non sono esattamente la reincarnazione di Rashard Griffith in post basso e già Moss o Abass, due ottimi difensori dotati di fisico, erano più che sufficienti per neutralizzarli in situazioni statiche.

Lì la Virtus spesso ha fallito nel riconoscere che i vantaggi, a quel punto, erano sul perimetro per i propri esterni, continuando a picchiare infruttuosamente la palla dentro.

La capacità di costruire e sfruttare vantaggi sugli accoppiamenti difensivi è sempre più centrale nel basket moderno e la percentuali di vittoria crescono quanto maggiore è la capacità di riuscire in questo compito.

Lo si è visto anche nel finale di partita.

Su un attacco cruciale a 1’35” dalla fine, la Virtus, avanti 71-70, e in debito di ossigeno, ha fallito nel riconoscere dove fosse il vantaggio per lei in quel momento. Con Aradori accoppiato con Abass, Punter con Moss e Kravic con Beverley, la soluzione più logica sarebbe stata un pick & roll tra gli altri due giocatori: Baldi Rossi, marcato proprio da Hamilton, e Taylor, guardato a vista da Laquintana.

Un gioco a due avrebbe potuto forzare l’ennesimo cambio, portando in dote a Taylor un uno contro uno potenzialmente facile con un pessimo difensore come Hamilton. O, al peggio, garantirgli un vantaggio contro Laquintana, su cui già di suo aveva vantaggi in termini fisici, per andare a tirare in area.

E’ finita, invece, con un pick & roll Aradori-Kravic, che ha portato un cambio virtualmente inattaccabile seppur buono sulla carta (Beverly finito su Aradori, che però non ha le gambe per prendere un tiro veramente buono in quella situazione, oltre ad arrivare da uno 0/6 dal campo) e Kravic in post marcato da Abass, come detto in precedenza sufficientemente buono in difesa da annullare il serbo. A cui, infatti, ha impedito la ricezione.

La soluzione è stata una forzatura di Punter da tre con la mano di Moss in faccia.

Dall’altra parte, invece, Brescia, su un possesso ancora più importante, è andata a crearsi e a sfruttare il vantaggio per segnare facilmente due punti cruciali.

Una finta di blocco pensata appositamente per sfruttare il miglior vantaggio in campo: un potenziale uno contro del proprio miglior attaccante, Abass, contro il peggior difensore virtussino, M’Baye.

Pazienza e nervi saldi

Per tutta la stagione la Virtus è stata una squadra abbastanza emozionale, che è andata e venuta coi momenti delle varie partite. E Brescia, forse come mai in precedenza, non ha fatto eccezione.

C’è stata una singola situazione che ha mostrato come la Virtus possa essere un’eccellente squadra quando esegue concentrata e con la testa, leggendo quello che la difesa concede, ma anche un vero disastro quando si fa prendere da eroismi vari.

Nel corso del primo tempo Djordjevic ha trovato una brillante contromossa alla difesa arroccata di Brescia per liberare al tiro il Punter spuntato.

Soluzione che, di primo acchito, ha colto Brescia di sorpresa, con Punter libero di tirare e segnare.

Non così, però, nella seconda situazione, in cui il numero zero virtussino, gasato dal precedente canestro, è ricaduto in uno dei suoi vizi capitali, cercando il tiro difficile per continuare la striscia personale piuttosto che la giocata più facile.

Tiro forzato contro l’uscita di un centro e quasi 10″ sul cronometro dei 24. Quasi mai una buona idea.

A maggior ragione vedendo come la situazione sia stata gestita, nel secondo tempo, da altri due interpreti.

Un’esecuzione quasi perfetta. Cercando di creare un vantaggio e, una volta non materializzatosi, tornando sui propri passi per crearne uno nuovo e migliore, raccattando due punti comodi.

La chiave di tutto per questa squadra.

Avere la lucidità nel gioco per quanto più tempo possibile. Non disdegnando, certo, botte di adrenalina che i propri atleti possono garantirle, ma non a discapito di una condotta di partita intelligente.

La sfida di venerdì prossimo contro il Bamberg porrà problemi specifici diversi in campo. Ma il concetto di base rimane lo stesso: senza la capacità di riconoscere la giocata giusta almeno nella maggioranza delle situazioni, di strada se ne farà poca.

Dopo cinquanta partite, la speranza, è di vedere finalmente questa dote.

Film Room: cosa ci ha detto la Coppa Italia

Virtus
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Competizioni come la Coppa Italia sono sempre foriere di giudizi complicati: se non arrivi in fondo da vincitore l’ultima partita che ti rimane negli occhi è una sconfitta e, quindi, si ha la tendenza a dare un giudizio negativo a tutto tondo.

Non ha fatto eccezione la tre giorni di Firenze, con ancora la pioggia di triple di Diener che scalda gli animi bianconeri. Ma solo 48 ore prima era arrivato un inatteso a bellissimo successo sull’Olimpia Milano. A distanza di una decina di giorni, allora, riavvolgiamo un attimo il nastro delle due partite per provare a vedere cosa ha funzionato e cosa no nelle due partite virtussine.

QUARTI DI FINALE: ESECUZIONE DEL PIANO PARTITA, DIFESA, COLLABORAZIONE AVVERSARIA

La vittoria contro Milano è stata uno dei punti più alti della stagione bianconera fin qua. 38’ ai limiti della perfezione per la Segafredo, con il brivido finale che, comunque, non ha cancellato una partita preparata bene e giocata meglio. E’ rimasta nelle memoria collettiva, giustamente, la difesa di David Cournooh su Mike James: l’ex Cantù ha montato una guardia spietata sulla guardia meneghina il quale però, per onestà, va riconosciuto come molto abbia sbagliato anche per demeriti propri.

Da lì è passato molto del successo bianconero: senza riferimenti come Gudaitis, Nedovic e Tarczewski, Milano è andata in sofferenza offensiva con il proprio leader in serata totalmente storta. Ma anche attorno la Virtus ha fatto ottime cose dal punto di vista difensivo. Prima di tutto su James Nunnally, altro pericolo pubblico. Sacripanti, ovviamente, conosceva molto bene il suo avversario e ha istruito i suoi ad aggredirlo fisicamente sul pick & roll per non concedergli tiri o decisioni facili, ma anche a fare il possibile per togliergli il post basso, situazione che usa spesso per sfruttare i vantaggi in termini di centimetri e chili sui pari ruolo.

Nunnally, dall’alto del suo talento, ha prodotto comunque 19 punti con 7/11 al tiro, ma nel contempo perso cinque palloni e, dal secondo quarto in poi, fatto grande fatica per costruirsi il tiro.

L’altro giocatore a cui la Virtus doveva porre massima attenzione era Vladimir Micov, un professore che i bianconeri avrebbero potuto subire molto per la sua capacità di costruirsi un tiro praticamente in ogni situazione. Anche qui l’istruzione è stata chiara: aggressione sul palleggio, cercando di passare sul pick & roll e rimanendo sempre di fronte a lui, disturbando il più possibile la conclusione. Concetti esplicitati in maniera perfetta nel video seguente da Kelvin Martin e Yanick Moreira.

Anche qui, con il talento a disposizione Micov ha tirato fuori una partita da 17 punti e 8/13 dal campo, ma la buona difesa virtussina in più di un’occasione lo ha portato a dover lavorare molto più di quanto voluto dal palleggio, finendo talvolta a prendere tiri difficili sulla sirena dei 24” senza coinvolgere i compagni, già abbastanza  esclusi dal gioco dalla serataccia di Mike James.

Certo, in tutto questo, poi, non va dimenticato come le assenze milanesi abbiano anche aiutato gli uomini di Sacripanti. Cinciarini debilitato per via dell’influenza ha tolto un’opzione di playmaking che sarebbe stata vitale per l’Armani. Ma, soprattutto, la Virtus ha sfruttato al meglio tutti i difetti di Alen Omic, un gigante di 2.18 con una difficoltà tremenda a finire al ferro e scarsa voglia di rollare con forza verso il canestro.

SEMIFINALE: DIENER IN SERATA DI GRAZIA, PROBLEMI DI ACCOPPIAMENTO E TROPPI ERRORI INDIVIDUALI

La partita con Cremona, invece, ha presentato un quadro completamente diverso. La Vanoli è arrivata in piena forma, senza assenze e come la squadra che, fin qua, ha messo più in crisi i bianconeri. C’è stata un’azione emblematica in tal senso, nella quale, in pochi secondi, sono emersi tutti i problemi che hanno condannato i bianconeri: errori difensivi sulle proprie competenze individuali e cattivi accoppiamenti dovuti a una differenza di taglia difficile da contenere.

La Virtus, in realtà, a livello di approccio alla partita non aveva fatto per niente male nei primi 15’, abbassando il ritmo il più possibile in attacco (18 possessi nel primo quarto, tirando con in media 7” rimanenti sul cronometro dei 24), per muovere una difesa buona ma che, se sollecitata a lungo, tende a lasciare buoni tiri (14/17 da due punti per la Segafredo a fine primo tempo), e al contempo non far prendere ritmo all’attacco di Sacchetti. Poi i 5’ fatali, arrivati proprio nel miglior momento bianconero (23-29 a metà secondo periodo).

Lì la squadra si è disunita, cominciando a commettere errori difensivi di ogni tipo: individuali e di squadra. Nel video seguente, ad esempio, vediamo una sequenza di “buchi” che trasformano anche buone difese di squadra in undici punti a tabellone per la Vanoli.

E sono tutte competenze individuali mancate: uno contro uno mancati da Aradori, errore di lettura di M’Baye, dormita (non inusuale) di Punter.

A queste, poi, si sono aggiunte collaborazioni imperfette sul pick & roll di Cremona, che hanno regalato valanghe di 2+1 ai giocatori avversari (e che hanno mostrato come giocare contro Mathiang o Omic cambi, non poco).

La Virtus, a quel punto, ha perso il filo del discorso anche in attacco, iniziando ad aumentare il ritmo in maniera incontrollata (23 possessi nel secondo quarto, tirando in media con 10” residui sul cronometro dei 24). La ricetta perfetta per il disastro, perché, così facendo, a tutto quello visto fin qua si è aggiunta la transizione di Cremona. Già di per sé arma molto affilata, ancora più letale considerando le ataviche difficoltà della Virtus ad accoppiarsi difensivamente in quei frangenti.

In definitiva, la Coppa Italia è stato un passaggio sicuramente importante per la stagione virtussina: da un lato la fiducia data dal successo contro Milano, dall’altro la sveglia suonata nella sconfitta con Cremona che ha mostrato ancora una volta un aspetto cruciale. Questa squadra non può prescindere dalla concentrazione massima sui 40’ per vincere partite di un certo livello.

Virtus Film Room: l’importanza dell’approccio alle partite

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Il trittico natalizio (Brindisi, Reggio, Trento), ci ha dato l’immagine di una squadra che ha legato molti dei suoi destini agli avvii di gara. Spesso si dice che nel primo quarto non si decidano le partite. Vero: è ormai usuale vedere grandi vantaggi/svantaggi accumulati nei primi minuti di partita venire erosi/recuperati nel corso della gara.

Questo non toglie, però, come un buon avvio possa indirizzare la partita. Costruire subito un cuscinetto di vantaggio rende più semplice la conduzione di gara, prima di tutto psicologicamente. Al contrario, trovarsi subito a dover ricucire grandi svantaggi ti pone nella condizione di dover sempre inseguire, riducendo, progressivamente, il tuo margine d’errore.

In questo senso non meraviglia che gli esiti delle partite giocate a fine dicembre abbiano avuto una correlazione diretta con il modo in cui la Virtus ha iniziato:

  • Sconfitta a Brindisi dopo un primo quarto da 13-29, concedendo il 73% di effective field goal e 159 di offensive rating agli avversari;
  • Vittoria con Reggio dopo un primo quarto vinto 28-15, costringendo la Grissin Bon a otto palle perse;
  • Sconfitta a Trento, finendo sotto 9-20 dopo 10′, con una partenza 0-12 in meno di 4′;

In tutti e tre i casi le partite, nel loro sviluppo, sono finite punto a punto, o comunque giocate fino agli ultimi minuti. Ma, in maniera costante, chi ha avuto l’approccio sbagliato, nel finale ha pagato. Vediamo allora alcuni episodi di queste tre partite, che ci fanno capire come, al di là dei problemi di infortuni e rotazioni accorciate, quello che abbia fatto la differenza per i bianconeri sia spesso stato l’atteggiamento messo sul parquet.

BRINDISI-VIRTUS

In Puglia la Segafredo si è fatta travolgere dalla voglia di riscatto della Happy Casa, che arrivava alla gara da tre sconfitte consecutive e priva del proprio playmaker titolare. Gli uomini di Vitucci hanno iniziato con enorme intensità, trovando la strada spianata da una Virtus che ha concesso cose del genere.

Dopo un tiro abbastanza forzato (uno di vari presi nel primo quarto da Aradori), la Virtus non fa nulla per fermare la galoppata di Chappell verso il canestro. Sarebbe bastato un semplice fallo a metà campo. Arrivano, invece, due pessimi punti regalati.

I problemi, però, sono stati anche di lettura.

Il basket è uno sport di aggiustamenti. Gli avversari propongono una soluzione, e tu devi essere bravo a contrapporre una mossa che vanifichi quella stessa soluzione. Qui, invece, la Virtus subisce la tattica brindisina di svuotare l’area per facilitare il gioco in velocità di Brown, mettendo in difficoltà, al contempo, Brian Qvale. Sulla situazione di doppio blocco iniziale sarebbe stato sufficiente impedire al palleggiatore di prendere il centro del campo, forzando il fondo per creare una situazione molto più gestibile anche da una difesa non proprio eccelsa come quella virtussina.

Virtus che, comunque, non è mancata solo difensivamente, ma anche nei dettagli offensivi.

Qui l’esecuzione del gioco è praticamente perfetta, ma viene sbagliata quella che, a quel punto, è la cosa più facile: il passaggio per un Qvale che avrebbe dovuto solo depositare il pallone nel canestro. Due potenziali punti segnati, così, si trasformano in due subiti, con la Happy Casa che può di nuovo correre in transizione, ancora sfruttando l’agilità di Brown e mettendo a nudo le difficoltà di Qvale a seguirlo in un contesto di gioco simile.

VIRTUS-REGGIO EMILIA

Il Natale alla Unipol, invece, ha regalato uno dei migliori quarti della stagione. Il primo periodo contro la Grissin Bon, pur con le assenze di Aradori e Martin, ha mostrato una Virtus precisa in attacco e attenta in difesa.

La situazione qui è similare all’ultima analizzata dalla partita con Brindisi, con la differenza che l’alley oop per il tagliante lo alza direttamente il playmaker (siamo nel gioco denominato “Spain”). M’Baye blocca correttamente. Al contrario il blocco per lui di Qvale non è perfetto, ma Cournooh che nel frattempo ha liberato lo spazio nel quarto di campo rende il dettaglio irrilevante. Il passaggio di Taylor è millimetrico e per la Virtus sono due punti facili e belli.

Ma anche fuori dai giochi la Segafredo ha prodotto in quel primo quarto. Facendo cose semplici come leggere i raddoppi e cercando, quando possibile, l’uomo libero con un passaggio extra.

Qvale e compagni sono bravi a sfruttare la prima indecisione della difesa di Reggio, facendo partire un domino di rotazioni difensive che alla fine porta al tiro aperto di Cournooh, favorito dall’assist non scontato di un realizzatore come Punter.

Protagonista anche la difesa, però. Con Reggio Emilia tenuta a 69 punti anche grazie a giocate come questa.

La lettura difensiva di Baldi Rossi è l’epitome della piccola cosa che non va sul tabellino ma fa tutta la differenza del mondo. Senza il suo intervento sul taglio di Ortner l’aiuto di Kravic avrebbe avuto un’efficienza completamente diversa, perché alle sue spalle ci sarebbe stato lo stesso Ortner facilmente servibile dal palleggiatore. In questo modo, invece, l’attaccante di Reggio Emilia finisce nella gabbia del lungo serbo e Tony Taylor, perdendo palla.

TRENTO-VIRTUS

La partita successiva ci offre subito un esempio di come queste piccole cose possano indirizzare un’azione.

Notate come il mancato aiuto di Cournooh su Hogue (avrebbe dovuto “spezzare” il taglio, così come fatto sopra da Baldi Rossi) generi un effetto a catena. Kravic contiene la penetrazione correttamente, ma alle spalle ha il tagliante (Hogue) completamente aperto. M’Baye, di conseguenza, non può stare troppo attaccato a Beto, posizionato in mezzo angolo. Finisce che sullo scarico per lo stesso Beto M’Baye, già di per sè difensore non eccelso, esca saltando a vuoto sulla finta di tiro. Il portoghese di Trento sbaglia la conclusione al ferro, ma ormai a rimbalzo non c’è equilibrio. Hogue, così, può segnare i primi due punti della partita.

Certo, poi le mancanze difensive virtussine non sono state solo nel lavoro di squadra. Un canestro del genere, del resto, è difficile da mandar giù e prescinde qualsiasi discorso di collaborazione collettiva.

Problemi a metà campo, ma anche in campo aperto.

Qua, a differenza di quanto successo sul contropiede lasciato a Brindisi, più una questione di pigrizia che altro, c’è un problema di comunicazione. La Virtus riesce a rientrare e deve gestire un contropiede difensivo in parità numerica. Lo fa, però, senza che nessuno si accoppi con Marble, che mette a segno una facile schiacciata.

Tre partite. Situazioni simili. Approcci opposti. Così come gli esiti finali degli incontri.

Giocare contati non aiuta, ma se l’atteggiamento è sbagliato in partenza, non c’è rotazione che tenga.

Film Room: le difficoltà offensive contro Cremona e Bayreuth

Virtus

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Settimana da una vittoria e una sconfitta questa per la Virtus. Se in Coppa i bianconeri sono rimasti imbattuti, superando 74-67 il medi Bayreuth, in campionato è arrivato il secondo KO interno contro la Vanoli Cremona. Due partite che hanno messo gli uomini di Sacripanti di fronte a un paio di situazioni tattiche affrontate con parecchi problemi. Situazioni su cui, se non altro, ci sono tre giorni di tempo per lavorare in vista delle trasferte di Venezia e Istanbul, in casa del Besiktas.

I CAMBI DIFENSIVI DI CREMONA

Partiamo da domenica, dove la Vanoli Cremona ha scompaginato il piano partita virtussino utilizzando la stessa strategia a causa della quale aveva malamente perso la partita precedente in casa con Cantù: cambi difensivi sistematici. La squadra di Sacchetti, infatti, arrivava da un pesante tonfo casalingo contro la Red October, nato proprio dalla scelta dei canturini di cambiare qualsiasi blocco proposto dall’attacco.

Il coach della Nazionale ha preso appunti e applicato lo stesso trattamento alla Virtus, raccogliendo copiosi frutti: nove assist complessivi per la Virtus, su ventitré canestri e settantaquattro possessi giocati. Numeri bassissimi che hanno testimoniato un attacco bianconero spesso fermo e statico. Quasi sempre a causa dei cambi difensivi.

Una strategia simile, infatti, dove sui pick & roll tra piccolo e lungo i rispettivi difensori cambiano la marcatura, causa sempre un doppio mismatch: sul perimetro, dove il “piccolo” resta con un “lungo” più lento di piedi, e sotto canestro, dove il “lungo” in attacco può prendere posizione vicino al ferro contro il “piccolo” difensore.

Qua la prima complicazione per la Virtus, che, stante l’assenza di Brian Qvale, si trovava senza l’unica vera opzione in post basso. Kravic, infatti, da quelle zone non è certo nella sua comfort zone e lo si è visto quando è stato servito, M’Baye è giocatore soprattutto frontale, e lo stesso Baldi Rossi preferisce giocare aprendosi.

Va da sé che il vantaggio massimo per la Virtus fosse sul perimetro, dove Taylor e compagni si sono quasi sempre trovati accoppiati con un centro o un ala grande da attaccare. E qui è venuto il grave errore di lettura virtussino: spessissimo, invece che prendere d’infilata in palleggio un giocatore più lento di piedi, ci si è accontentati di tiri da tre punti dopo un paio di palleggi. Sul quale il lungo in difesa non ha fatto fatica a difendere, spesso contestando la conclusione. E, così, facendo, per di più, la circolazione offensiva del pallone è stata quasi totalmente annullata. Il 5/23 da dietro l’arco, più che con una giornata di scarsa mira, si spiega soprattutto così.

L’unico giocatore che è stato attaccato regolarmente in palleggio in queste situazioni, specie nel secondo tempo, è stato Giampaolo Ricci, contro cui gli attaccanti virtussini sono stati bravi a raccogliere falli e canestri al ferro.

Il problema, qui, è stato che in attacco il lungo di Sacchetti ha fatto il diavolo a quattro, di fatto rendendo quasi indolori le sue mancanze dietro.

Dice: certo attaccare Ricci è più semplice che farlo con Mathiang e Aldridge, dotati di gambe più esplosive. Vero. In parte, però. Perché quando la Virtus ha avuto la presenza di farlo, ha raccolto frutti anche contro di loro. Vedere l’esempio qua sotto dove è Pajola che va a lucrare du tiri liberi contro il centro di Cremona.

Errori di lettura e scarsa pazienza. Dettagli su cui è importante migliorare.

LA ZONA DI BAYREUTH

Martedì in Coppa, invece, sono arrivati i tedeschi di Bayreuth. Squadra con una difesa di buon livello, che ha propost0, tra le varie cose, una zona fronte pari su cui la Virtus ha avuto problemi non di poco conto.

In particolare gli ospiti hanno sfruttato la fatica dei bianconeri a lavorare in uno dei punti deboli di quel tipo di difesa: la lunetta del tiro libero. Con le due linee schierate, infatti, una zona 2-3 diventa attaccabile nel suo  cuore, ossia nell’area della lunetta. Avere un giocatore che sappia prendere palla lì e creare gioco o trovare canestri, di fatto, rende lo schieramento ineffettivo. Come vediamo, invece, prima Amath M’Baye e poi Kelvin Martin non sono state opzioni valide.

Sacripanti ha provato anche ad attaccare con quattro giocatori fuori dai tre punti e il solo Kravic con posizione interna. Ma il risultato è stato quasi sempre uno sterile movimento di palla orizzontale fuori dall’arco, che ha portato a tiri dettati dallo scadere dei 24” o scelte di penetrazione errate.

Un altro aspetto su cui la Virtus dovrà lavorare per non farsi trovare impreparata in futuro.

Se non altro, qualche segnale lo si è visto: chiudiamo in maniera positiva, con uno dei primi attacchi alla zona della partita eseguito molto bene e concluso con due punti di Kelvin Martin, che mostra abbastanza chiaramente quello a cui bisognerà arrivare in maniera sistematica.

Film Room: anche ad Avellino è la difesa a indirizzare la partita

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Sono passati ormai due giorni pieni dal sacco di Avellino. Ma la gioia per una vittoria che da tempo, per le modalità, non arrivava in casa Virtus, ancora non è passata.

Partita ostica, difficile, combattuta. Con i padroni di casa certo non in una giornata storta, anzi. Ma che, senza mai mollare un centimetro, la Virtus alla fine ha portato a casa. E, ancora una volta, la protagonista è stata la difesa.

Già, questa è una squadra che risalta per il proprio potenziale offensivo: 111.4 l’offensive rating in Champions League, 118.2 in campionato. Ma su quattro partite vinte, ogni singola volta è stata la difesa a dare il là ai break: lo avevamo visto sia con Trieste che con Klaipeda. E con Ostenda decisivo era risultato un secondo quarto da soli tre punti subiti.

In Irpinia è stata per 35′ buoni una partita di attacchi, e anche il punteggio di 96-90 lo testimonia. Ma il parziale di 15-5 che ha chiuso l’incontro in favore degli uomini di Sacripanti nasce dal modificato atteggiamento difensivo.

A lungo, infatti, i bianconeri hanno subito l’aggressività dei piccoli avellinesi, Cole, Filloy e Sykes (43 punti, ma soprattutto 16 assist in tre) su tutti. Poca resistenza sugli uno contro uno, in particolare grandi sofferenze sul pick & roll, che ha permesso a Costello di segnare valanghe di punti.

Troppo spesso, infatti, il difensore del palleggiatore è rimasto indietro sul blocco, lasciando il proprio lungo uno contro due (il palleggiatore e il lungo avversario in taglio).

Capacità dei piccoli avellinesi, che non sono certo avversari semplici da contenere, ma anche un po’ di complicità di una difesa non sempre al 100% della propria intensità.

Tutto il contrario di quanto accaduto nel finale, quando, trovato il quintetto giusto, con la fisicità di Martin, le leve di Kravic e un Taylor on fire, la Virtus ha fatto sentire alla Sidigas tutti i propri muscoli. Lottando su ogni singolo blocco, di ogni singolo possesso, con tutta un’altra voglia.

La differenza tra i due video è abbastanza lampante: nel primo, i giocatori di Avellino hanno sempre quel mezzo metro di spazio e quel mezzo secondo di tempo extra per preparare la giocata. Un suicidio contro portatori di palla con simili capacità, realizzative e di passaggio.

Nel secondo, invece, il palleggiatore biancoverde, che sia Cole, Sykes o Filloy, ha sempre il contatto fisico del proprio difensore addosso. Questo porta a diverse buone conseguenze, per la Virtus: nel primo video, con Martin che riesce a rimanere bene su Cole, Kravic può prendere migliori decisioni. Inizialmente non deve preoccuparsi del tiro del playmaker avversario, resta su Costello, che fatica comunque a tagliare anche per via del contatto fisico di Martin, e può sporcare il pallone dentro con le sue lunghe leve.

Nel secondo pick & roll, invece, il contatto fisico di Martin crea problemi allo stesso Cole, che arriva fuori equilibrio dopo aver preso il blocco. Kravic riconosce la situazione e gli salta letteralmente addosso, recuperando il pallone.

Nel secondo spezzone, addirittura, Tony Taylor toglie proprio dal campo il pick & roll di Avellino, aggredendo Sykes molto prima della ricezione, di fatto impedita. Ne viene fuori un uno contro uno mal gestito, dove il piccolo avellinese sbatte contro Taylor e commette infrazione di passi.

Nell’ultimo spezzone, infine, ci sono le conseguenze del buon parziale Virtus (che intanto in attacco non sta sbagliando un colpo): Vucinic è costretto a togliere Costello, andando “piccolo”, con Green da cinque. Punter, così, ha meno difficoltà a passare sul blocco (cosa che nel video del primo tempo non si era mai vista), rimanendo con Filloy, forzato a un tiro difficile e stoppato da Kravic.

Tre giocate che, alla fine dei conti, fanno la differenza tra la vittoria e la sconfitta. La Virtus continua a dimostrare di poter avere momenti di difesa davvero dominante. Ora si deve lavorare per cercare di estendere questi momenti sempre di più.